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Calcolo dei costi di gestione di un hotel: voci, formule ed esempi pratici


Redazione Cora
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Il calcolo dei costi di gestione di un hotel si fa sommando tutti i costi sostenuti in un periodo definito — fissi e variabili, senza esclusioni — e dividendo il totale per il numero di camere di quel periodo. Se dividi per le camere disponibili (numero di camere × giorni di apertura) ottieni il CostPAR, cioè il costo per camera disponibile. Se dividi per le camere effettivamente vendute ottieni il CostPOR, il costo per camera occupata. Due numeri diversi che rispondono a due domande diverse: quanto ti costa tenere aperta la struttura, e quanto ti costa ogni singolo soggiorno che vendi.

Fin qui l’aritmetica. È tutto il resto a complicarsi.

Perché la parte davvero difficile non è la divisione: è decidere cosa entra nel numeratore. La bolletta dell’energia sì, ovviamente. Ma il costo della governante che passa un’ora al giorno a rifare i turni? Il rifacimento della camera 214 perché la doccia perdeva? La biancheria sostituita a metà stagione perché ingrigita? I dieci euro di lavanderia extra per l’ospite che ha rovesciato il vino? Quando queste voci restano fuori — e restano fuori quasi sempre — il costo camera che ottieni è più basso del reale, la tariffa minima che ne deriva è troppo bassa, e il margine si assottiglia senza che nessuno riesca a spiegarsi il perché.

C’è poi una seconda insidia, più sottile. Molte strutture il calcolo lo fanno, ma una volta l’anno, sul consuntivo, in primavera, quando ormai la stagione precedente è archiviata. Un numero medio annuo su una struttura stagionale racconta poco: mescola agosto al 95% di occupazione con novembre al 30%, produce una media che non descrive nessuno dei due mesi e su cui, di fatto, non puoi prendere decisioni. Il costo per camera è un indicatore che vive di frequenza: aggiornato ogni mese vale il triplo dello stesso numero aggiornato ogni dodici.

La buona notizia è che non serve un controllo di gestione da catena internazionale per arrivare a un dato affidabile. Serve un perimetro chiaro, una classificazione onesta delle voci e un po’ di disciplina nel raccogliere i dati operativi — quelli che in albergo esistono già, sparsi tra fogli di carta, gruppi WhatsApp e teste delle persone.

Da qui si parte dalle formule, si scende nelle singole voci di costo, si arriva a un esempio numerico completo su una struttura da 120 camere, e si chiude con gli errori che rendono inaffidabile il risultato finale.

Come si calcolano i costi di gestione di un hotel?

Il calcolo dei costi di gestione d’hotel si regge su tre decisioni, e nessuna delle tre riguarda la matematica.

La prima è il perimetro temporale. Il mese è l’unità giusta per lavorarci davvero: abbastanza lungo da smorzare i picchi di un weekend, abbastanza corto da permetterti di correggere il tiro mentre la stagione è ancora in corso. L’anno serve per i confronti e per il budget, non per le decisioni quotidiane. Se la struttura è stagionale, il denominatore non sono 365 giorni ma i giorni di apertura effettivi: un hotel aperto da aprile a ottobre che divide i costi su dodici mesi si racconta una favola confortante e sbagliata.

La seconda decisione è cosa entra nel totale dei costi. Qui si gioca la partita vera. I costi di gestione sono quelli che servono a far funzionare la struttura giorno per giorno: personale, utenze, pulizie, biancheria, manutenzioni, materiali di consumo, commissioni, assicurazioni, canoni, servizi esterni. Non ci entrano gli oneri finanziari — rate del mutuo, interessi — né le imposte sul reddito, che appartengono a un piano diverso e che, se mescolati, ti impediscono di confrontare la tua struttura con qualunque altra.

Il caso degli ammortamenti merita una riga in più, perché è quello su cui si litiga di più. Se il tuo obiettivo è capire quanta cassa consuma l’hotel ogni mese, tienili fuori: sono un costo contabile, non un’uscita. Se invece vuoi il costo pieno, quello che tiene conto del fatto che i materassi andranno sostituiti e il tetto rifatto, includili. Entrambe le scelte sono legittime. Quella che non lo è, è cambiare criterio da un periodo all’altro e poi confrontare i risultati come se fossero omogenei.

La terza decisione è il denominatore, ed è quella che genera più confusione in assoluto.

IndicatoreCosa misuraCome si calcolaA cosa serve
CostPAR
Cost per Available Room
Quanto costa tenere a disposizione una camera, venduta o noCosti totali ÷ (camere × giorni di apertura)Capire il peso della struttura e confrontarlo con il RevPAR
CostPOR
Cost per Occupied Room
Quanto costa una camera effettivamente venduta e occupataCosti totali ÷ camere vendute nel periodoCostruire la tariffa minima e confrontarla con l’ADR
Costo variabile per cameraQuanto ti costa in più ogni camera aggiuntiva che vendiCosti variabili ÷ camere vendute nel periodoDecidere se accettare una prenotazione last minute a tariffa bassa

Un esempio veloce chiarisce la differenza. Struttura da 100 camere, aperta 30 giorni, 45.000 euro di costi nel mese, 1.800 camere vendute. Le camere disponibili sono 3.000 (100 × 30), quindi il CostPAR è 15 euro. Le camere vendute sono 1.800, quindi il CostPOR è 25 euro. Stesso mese, stessi costi, due numeri che differiscono del 66%. Confonderli significa costruire una tariffa minima su una base sbagliata di dieci euro a camera: su 1.800 camere vendute, 18.000 euro di scarto.

Il CostPOR ti dice qual è il pavimento sotto cui una camera venduta non copre nemmeno se stessa. Il CostPAR ti dice quanto pesa la struttura a prescindere da quanto vendi, ed è il numero che fa male da guardare in bassa stagione — proprio per questo è quello che serve di più.

C’è infine una quarta variabile, meno formale ma decisiva: il livello di dettaglio. Puoi fermarti al costo totale della struttura, oppure scendere per reparto (camere, colazione, spa, ristorante), oppure ancora per tipologia di camera. Ogni gradino in giù richiede dati più granulari e restituisce decisioni più precise. Chi si ferma al primo livello sa che i costi sono cresciuti. Chi arriva al terzo sa che sono cresciute le suite, per via dei minuti di pulizia in più e del set amenities dedicato, e sa esattamente dove intervenire.

Quali sono le voci di costo di un hotel e come si classificano?

Prima di dividere qualsiasi cosa per qualsiasi altra cosa, serve mettere in fila le voci. E serve classificarle bene, perché la classificazione non è un esercizio contabile fine a se stesso: è quella che ti dice su cosa puoi intervenire domani e su cosa non puoi intervenire affatto.

Le classificazioni utili sono due e viaggiano su assi diversi. La prima distingue i costi in base a come reagiscono all’occupazione: fissi, variabili, semi-variabili. La seconda li distingue in base a quanto sono attribuibili a un reparto: diretti e indiretti. Un costo può benissimo essere fisso e diretto (lo stipendio della governante), oppure variabile e indiretto (i prodotti di pulizia usati anche nelle aree comuni). Tenere separati i due assi evita metà della confusione che si crea quando si prova a mettere ordine nei numeri.

Costi fissi: cosa ci entra davvero

I costi fissi sono quelli che paghi identici che l’hotel sia pieno o vuoto. Affitto o costo dell’immobile, assicurazioni, canoni software, quote associative, tassa rifiuti, spese amministrative e di commercialista, personale a tempo indeterminato del nucleo stabile, connettività, licenze, abbonamenti.

La trappola qui è pensare che “fisso” significhi “intoccabile”. Non è così: fisso vuol dire solo che non si muove con l’occupazione. Un canone rinegoziato resta un costo fisso, semplicemente più basso. Un contratto di energia rivisto al momento giusto sposta il fisso di qualche punto percentuale e quel risparmio si spalma su ogni singola camera, tutti i giorni, per tutta la durata del contratto. Sono i costi meno emozionanti da guardare e quelli su cui gli interventi hanno l’effetto più duraturo.

La seconda trappola è più insidiosa: i costi fissi si nascondono. Il canone del software del ristorante che nessuno usa più da due anni, l’assicurazione su un mezzo venduto, la linea telefonica di un ufficio che ora è un magazzino. Su una struttura media, una lettura riga per riga degli addebiti ricorrenti restituisce quasi sempre qualche centinaio di euro al mese di voci fantasma. Non cambiano il bilancio, ma sono il modo meno doloroso che esista di ridurre il CostPAR.

Costi variabili: quelli che si muovono con l’occupazione

I costi variabili crescono e calano con le camere vendute. Biancheria e lavanderia, prodotti di pulizia, amenities e kit cortesia, materiali di consumo, colazione, minibar, commissioni OTA e commissioni di incasso, acqua ed energia nella parte legata all’occupazione, personale a chiamata o in appalto pagato a camera.

Sono i costi su cui si ha la sensazione di avere più controllo, e in parte è vero. Ma è anche il territorio in cui i tagli si pagano più in fretta. Ridurre di venti centesimi il costo del set cortesia è una decisione da tre minuti; le recensioni che ne parlano arrivano nell’arco di due settimane e restano visibili per anni. Il costo variabile va ottimizzato, raramente compresso.

Un’avvertenza tecnica: quasi nessun costo variabile è perfettamente proporzionale. Le economie di scala esistono anche in albergo. Una lavanderia esterna applica tariffe diverse sopra una certa soglia di chili; un fornitore di amenities pratica prezzi diversi per ordini più grandi. Il che significa che il costo variabile per camera tende a scendere quando l’occupazione sale, e questo va tenuto presente quando si fanno proiezioni su mesi con occupazioni molto diverse.

Costi semi-variabili: la zona grigia che falsa i conti

Poi c’è la categoria che manda in tilt la maggior parte dei calcoli fatti in autonomia: i costi semi-variabili, quelli con una componente fissa e una che si muove.

L’energia è l’esempio da manuale: una quota che consumi comunque per illuminare corridoi, tenere accese le celle frigo e riscaldare gli spazi comuni, più una quota che dipende da quante camere sono occupate. Il personale strutturato che fa straordinari nei picchi funziona allo stesso modo. La manutenzione pure: un contratto di assistenza annuale sugli impianti è fisso, gli interventi correttivi che ne derivano sono tutt’altro.

Come si trattano? Con una separazione approssimativa ma esplicita. Prendi il consumo del mese più scarico dell’anno e considera quella quota come base fissa; tutto ciò che eccede è la parte variabile. Non è un metodo elegante e nessun revisore lo firmerebbe, ma è mille volte meglio dell’alternativa più diffusa — buttare tutto tra i fissi — che gonfia artificialmente il costo di tenere aperta la struttura e ti fa credere che chiudere in bassa stagione convenga più di quanto convenga davvero.

Voce di costoComportamentoNota per il calcolo
Immobile, assicurazioni, canoni, licenzeFissoRileggi gli addebiti ricorrenti una volta l’anno, riga per riga
Personale strutturatoFissoUsa il costo aziendale, non la retribuzione lorda
Personale stagionale, a chiamata o in appaltoVariabileRiconducilo a minuti o interventi per camera
Biancheria e lavanderiaVariabileDistingui partenze da rifacimenti in fermata
Amenities, kit cortesia, materiali di consumoVariabileIl consumo reale supera quasi sempre quello teorico
Colazione e food costVariabileIl denominatore sono gli ospiti, non le camere
Commissioni OTA e di incassoVariabileCambiano con il mix di canali, non solo con il volume
Energia, acqua, gasSemi-variabileBase = consumo del mese più scarico; il resto è variabile
ManutenzioneSemi-variabileContratti fissi, interventi correttivi variabili
Sostituzioni e rinnovi programmatiFisso spalmatoAccantona una quota mensile invece di subire il picco

Costi diretti e indiretti: perché la distinzione cambia il risultato

Il secondo asse riguarda l’attribuibilità. I costi diretti si assegnano senza ambiguità a un reparto o a una camera: le ore di pulizia di una stanza, il set amenities che ci finisce dentro, l’intervento del tecnico su quel bagno. I costi indiretti servono a tutti e a nessuno in particolare: amministrazione, direzione, marketing, illuminazione delle aree comuni, portineria notturna.

Il calcolo del costo camera diventa affidabile quando i diretti sono davvero diretti — cioè quando li rilevi dove accadono, non quando li ricostruisci a fine mese leggendo le fatture. La differenza è enorme. Una fattura di lavanderia ti dice che hai speso 4.200 euro; non ti dice che 600 sono stati generati da rifacimenti straordinari su otto camere con problemi di umidità. Il primo numero lo dividi e ottieni una media. Il secondo ti indica un problema da risolvere.

Gli indiretti, invece, vanno ripartiti con un criterio scelto una volta e mantenuto nel tempo. Le opzioni ragionevoli sono tre: sulle camere disponibili, sulle camere vendute, oppure sui ricavi di ciascun reparto. Nessuna è più corretta delle altre in assoluto — sono convenzioni. Quello che conta è non cambiarle a metà anno, perché in quel caso il confronto tra il primo e il secondo semestre smette di significare qualcosa.

Come si calcola il costo di una camera d’albergo?

Arrivati qui, le voci sono in fila e classificate. Resta da trasformarle in un numero per camera che sia utile davvero. E “utile” significa: un numero che ti permetta di rispondere a una domanda pratica che ti stai ponendo, non un numero da incorniciare.

Il costo per camera disponibile (CostPAR)

Il CostPAR (Cost per Available Room) si ottiene dividendo i costi totali del periodo per le camere disponibili, cioè per il numero di camere moltiplicato per i giorni di apertura.

Un hotel da 120 camere aperto per un mese di 30 giorni ha 3.600 camere disponibili. Sempre, indipendentemente da quante ne vende. È la capacità che metti a disposizione del mercato, ed è il denominatore che ti dice quanto pesa la struttura in sé.

Il CostPAR è l’indicatore che si legge peggio in bassa stagione, e proprio per questo va guardato allora. Perché i costi fissi non si accorgono che l’occupazione è scesa al 35%: continuano a scorrere identici, si spalmano sulle stesse 3.600 camere disponibili, e il risultato è un CostPAR che scende poco mentre il RevPAR crolla. È in quel momento che il numero smette di essere un esercizio contabile e diventa una domanda vera: questo mese, tenere aperto, mi conviene?

Il costo per camera occupata (CostPOR)

Il CostPOR (Cost per Occupied Room) divide gli stessi costi totali per le camere effettivamente vendute. Stesso numeratore, denominatore più piccolo, numero più alto.

È l’indicatore che serve quando la domanda riguarda il prezzo. Se ogni camera venduta assorbe 70 euro di costi complessivi, una tariffa a 65 euro non è aggressiva: è in perdita, anche se la camera sarebbe rimasta vuota. Attenzione però a non confondere il CostPOR con il costo variabile per camera, che è tutt’altra cosa e serve a rispondere a un’altra domanda ancora — quella sul last minute. Se una camera resterà comunque invenduta e i costi fissi li paghi in ogni caso, il pavimento vero di quella singola prenotazione è il costo variabile: biancheria, pulizia, colazione, amenities, commissione. Spesso venti-venticinque euro. Venderla a quaranta è una decisione difendibile. Farlo sistematicamente, invece, sposta la percezione del mercato sulla tua struttura e ti riporta al CostPOR con un anno di ritardo e un ADR più basso.

Perché CostPAR va letto con RevPAR e CostPOR con ADR

Questa è la regola che salva più calcoli di qualunque altra: i denominatori devono coincidere.

Il RevPAR è un ricavo per camera disponibile, quindi il suo termine di paragone è il CostPAR, anch’esso per camera disponibile. L’ADR è un ricavo per camera venduta, quindi va confrontato con il CostPOR. Accostare un CostPOR a un RevPAR — capita spessissimo, anche in report fatti bene — produce uno scarto che sembra un disastro gestionale e invece è solo un errore di unità di misura.

C’è un dettaglio matematico che vale la pena conoscere: se calcoli entrambe le coppie sullo stesso periodo, il rapporto percentuale è identico. CostPAR su RevPAR e CostPOR su ADR danno la stessa incidenza, perché in fondo stai sempre dividendo gli stessi costi per gli stessi ricavi. Allora perché tenerle entrambe? Perché i due valori assoluti servono a decisioni diverse. Il CostPAR ti dice se ha senso restare aperti; il CostPOR ti dice a quanto non puoi scendere. Una è una domanda sulla stagione, l’altra è una domanda sulla tariffa di domani.

Esempio di calcolo su una struttura da 120 camere

Prendiamo un mese di 30 giorni, 120 camere, occupazione media al 78%. Camere disponibili 3.600, camere vendute 2.808.

VoceTipoImporto mensile
ImmobileFisso38.000 €
Personale strutturato (direzione, reception, governante, manutentore)Fisso46.000 €
Energia e utenze, quota baseFisso9.000 €
Assicurazioni, canoni, licenze, tributiFisso3.500 €
Amministrazione e consulenzeFisso2.500 €
Personale housekeeping (≈1.630 ore a ≈21 €/h di costo aziendale)Variabile34.000 €
Biancheria e lavanderiaVariabile11.200 €
Prodotti, amenities, materiali di consumoVariabile5.600 €
Colazione (≈4.500 coperti)Variabile12.600 €
Energia e acqua, quota legata all’occupazioneVariabile7.000 €
Commissioni OTA e di incassoVariabile18.500 €
Manutenzione correttivaVariabile4.500 €
Accantonamento sostituzioni e rinnoviFisso spalmato3.500 €
Totale costi del mese195.900 €

Da qui i due indicatori escono in due divisioni:

CostPAR = 195.900 ÷ 3.600 = 54,42 €
CostPOR = 195.900 ÷ 2.808 = 69,76 €

Con un ADR di 118 euro, il RevPAR del mese è 92,04 euro. L’incidenza dei costi sui ricavi camera è del 59%: la struttura lavora, il margine c’è, e c’è anche lo spazio per assorbire un imprevisto.

Ora però guarda cosa succede quando lo stesso hotel attraversa due mesi agli antipodi. I costi fissi restano fermi a 99.000 euro; i variabili si muovono, ma non in modo perfettamente proporzionale — in alta stagione scendono un po’ per camera grazie ai volumi, in bassa risalgono per le diseconomie.

IndicatoreAlta stagione (95%)Bassa stagione (38%)
Camere vendute3.4201.368
Costi totali del mese211.860 €149.616 €
CostPAR58,85 €41,56 €
RevPAR156,75 €32,30 €
Incidenza CostPAR su RevPAR38%129%
CostPOR61,95 €109,37 €
ADR165,00 €85,00 €

Il CostPAR scende in bassa stagione — meno camere vendute, meno costi variabili — ma scende del 29% mentre il RevPAR crolla del 79%. Il CostPOR fa il movimento opposto e schizza a 109 euro contro un ADR di 85: ogni camera venduta a novembre, in questo scenario, non copre la propria quota di costi.

Ed è qui che il calcolo smette di essere descrittivo e inizia a produrre decisioni. Chiudere due settimane? Ridurre l’inventario disponibile a un’ala sola, tagliando riscaldamento e presidio delle altre? Rivedere la tariffa verso l’alto accettando qualche punto di occupazione in meno? Alzare l’occupazione con segmenti diversi — gruppi, corporate, lunghe permanenze — che portano costi variabili più bassi per camera? Sono quattro strade legittime, e il numero non ti dice quale prendere. Ti dice che una va presa.

Un’ultima nota su questo esempio: la media dei due mesi restituirebbe un CostPAR intorno ai 50 euro e un’incidenza sul RevPAR del 53%, cioè un quadro rassicurante che non descrive né agosto né novembre. Ecco perché il calcolo dei costi di gestione d’hotel va fatto mese per mese e letto mese per mese.

Quanto incide il costo del personale sul totale?

Nell’esempio del capitolo precedente, personale strutturato e housekeeping insieme fanno 80.000 euro su 195.900: il 41% del totale. Non è un caso isolato. Nella maggior parte delle strutture ricettive italiane il lavoro è la voce più pesante in assoluto, davanti all’immobile e molto davanti alle utenze, e vale tra un terzo e la metà dei costi complessivi.

Il che porta a una conclusione poco intuitiva: se il calcolo dei costi di gestione d’hotel sbaglia sul personale, sbaglia e basta. Puoi essere preciso al centesimo sulle amenities e restare comunque lontanissimo dal dato reale, perché quell’errore pesa dieci volte tanto. Ed è esattamente lì che si concentrano le imprecisioni, per una ragione semplice: il costo del lavoro è la voce che più facilmente si confonde con qualcos’altro.

Come si calcola il costo orario reale di una risorsa

L’errore ricorrente è usare la retribuzione lorda. Il numero giusto è il costo aziendale, che comprende contributi previdenziali e assistenziali, TFR, mensilità aggiuntive, ferie e permessi maturati, eventuali premi, formazione obbligatoria, dispositivi di protezione e divise.

Il rapporto tra i due varia con il contratto, il livello e l’orario, ma l’ordine di grandezza è quello: il costo aziendale sta parecchio sopra la retribuzione lorda, e ancora più sopra rispetto al netto in busta paga. Chi calcola il costo orario partendo dal netto — succede più spesso di quanto sembri, soprattutto nelle strutture a conduzione familiare — arriva a un numero che può essere quasi la metà del reale.

C’è poi il denominatore, che nasconde la seconda insidia. Le ore da usare non sono quelle contrattuali, ma quelle effettivamente lavorate: da un monte ore teorico vanno tolte ferie, permessi, festività, malattia media e formazione. Su un contratto a tempo pieno la differenza tra le due basi è nell’ordine del 12-15%, e si scarica per intero sul costo orario.

Un esempio concreto. Costo aziendale annuo di una risorsa: 34.000 euro. Ore contrattuali: 2.080. Ore effettivamente lavorate, tolte assenze e ferie: 1.790. Il costo orario passa da 16,35 a 19,00 euro. Su una struttura con dieci persone, quel differenziale vale decine di migliaia di euro l’anno che nessun foglio di calcolo intercetta, perché non compaiono da nessuna parte: semplicemente il costo per camera risulta più basso di quello che è.

Vale la pena aggiungere che questo non è un numero da calcolare una volta e archiviare. Le retribuzioni si muovono, i rinnovi contrattuali arrivano, la componente contributiva cambia con le misure di decontribuzione in vigore: negli ultimi anni il costo del lavoro in Italia è cresciuto in modo sostenuto proprio per effetto di questi due fattori, e chi volesse verificare l’andamento reale può consultare le rilevazioni Istat su retribuzioni e costo del lavoro, aggiornate trimestralmente. Un costo orario calcolato tre anni fa e mai più toccato è, oggi, un numero da rifare.

Minuti per camera: l’unità di misura più onesta dell’housekeeping

Il costo orario da solo non basta. Per portarlo dentro il costo camera serve sapere quanto tempo assorbe ogni camera, e qui si entra nel terreno più scivoloso di tutti.

Lo standard di riferimento più diffuso parla di 25-30 minuti per una camera in partenza e 12-18 minuti per una camera in fermata. Sono numeri utili per iniziare e quasi sempre ottimistici rispetto alla realtà, perché non tengono conto di tutto ciò che sta intorno alla pulizia: il briefing del mattino, gli spostamenti tra piani, il rifornimento del carrello, l’attesa dell’ascensore di servizio, il controllo della governante, la segnalazione di un guasto, la pausa. Sommato su un turno, questo tempo non-camera vale facilmente il 20-25% dell’orario.

Il modo più onesto di procedere è calcolare il tempo a ritroso: quante ore complessive ha assorbito il reparto in un mese, diviso quante camere sono state effettivamente lavorate. Il risultato non è il tempo di pulizia teorico, è il tempo reale per camera, e comprende tutto ciò che serve davvero perché quella camera sia pronta.

Poi si scende nel dettaglio, perché non tutte le camere costano uguale. Una partenza costa più di una fermata. Una suite costa più di una doppia standard. Una camera con vasca costa più di una con doccia. Una camera occupata da quattro persone costa più della stessa camera occupata da due, in biancheria come in minuti. Una struttura con soggiorni medi di 1,3 notti ha un’incidenza di partenze — quindi di pulizie complete — enormemente superiore a una con soggiorni di 4 notti, a parità assoluta di occupazione. Ecco perché due hotel della stessa dimensione e con lo stesso tasso di occupazione possono avere costi housekeeping per camera che differiscono del 40%.

Tutti questi dati esistono già dentro la struttura. Il problema è che vivono su fogli stampati la mattina e cestinati la sera, su messaggi in chat, o nella testa della governante che sa perfettamente quali camere danno più lavoro ma non ha modo di trasformarlo in un numero. Chi lavora sui report giornalieri di housekeeping parte con un vantaggio enorme, perché il dato è già lì e va solo letto.

Interno, appalto o modello misto: come cambia il conto

La terza variabile è strutturale e riguarda il modello organizzativo. Non esiste una risposta valida per tutti, ma esiste un modo corretto di confrontare le tre opzioni — e passa dal ricondurle tutte alla stessa unità di misura, cioè al costo per camera lavorata.

AspettoPersonale internoAppalto esternoModello misto
Natura del costoPrevalentemente fissoVariabile, legato alle camereZoccolo fisso + punte variabili
Comportamento in bassa stagionePesa molto: si paga anche a occupazione bassaSi comprime quasi automaticamenteSi comprime nella parte esterna
Costo per camera in alta stagioneIl più basso dei treIl più alto: include margine del fornitoreIntermedio
Controllo su standard e tempiDiretto e immediatoMediato dal contratto e dal capo squadraDiretto sul nucleo, mediato sul resto
Turnover e formazioneA tuo carico, ma con continuità nel tempoA carico del fornitore, con ricambio frequenteIl nucleo interno forma e stabilizza
Voce nascosta da controllareStraordinari e ore non produttiveExtra fuori canone e ricontrolli interniSovrapposizioni tra i due gruppi

L’appalto ha un costo per camera più alto e questo è ovvio: chi lo eroga ci deve guadagnare. In cambio trasforma un costo fisso in un costo variabile, e in una struttura fortemente stagionale quella conversione può valere più del margine che ci lasci sopra. Il calcolo va fatto sull’anno intero, non sul mese di punta: confrontare il costo per camera dell’appalto ad agosto con quello dell’interno ad agosto porta sistematicamente alla conclusione sbagliata, perché ignora i mesi in cui l’interno lo paghi comunque.

Due voci vanno tenute d’occhio nel confronto, perché sfuggono quasi sempre. Nell’appalto sono gli extra fuori canone — rifacimenti straordinari, pulizie profonde, interventi urgenti — che nei contratti sono quasi sempre esclusi e che a fine anno possono valere un 10-15% sopra il canone concordato. Nell’interno sono gli straordinari, che si accumulano un’ora per volta senza che nessuno li sommi mai, e che quando li sommi raccontano una storia diversa da quella che ti aspettavi.

Come si calcolano i costi dell’housekeeping camera per camera?

Il personale è la voce più pesante, ma non è l’unica che si consuma dentro la camera. C’è tutto un insieme di materiali che entrano ed escono ogni giorno, che singolarmente valgono pochi centesimi e che sommati costruiscono il grosso del costo variabile.

Il metodo per calcolarli è controintuitivo: non si parte dalle fatture, si parte dalla camera. Costruisci il costo di una singola pulizia sommando ogni elemento che ci finisce dentro, poi moltiplichi per il numero di pulizie del mese e confronti il risultato con quanto hai effettivamente speso. Se i due numeri coincidono, hai un modello affidabile. Se non coincidono — e non coincidono quasi mai — la differenza è il tuo margine di spreco, ed è il numero più interessante che uscirà da tutto il calcolo.

ComponenteCamera in partenzaCamera in fermata
Biancheria letto2,60 €0,70 €
Biancheria bagno2,70 €1,15 €
Prodotti di pulizia e materiali0,60 €0,35 €
Amenities e kit cortesia1,30 €0,60 €
Monouso: carta, fazzoletti, sacchetti0,60 €0,30 €
Totale materiali per pulizia7,80 €3,10 €

Il numero che conta non è nessuno dei due, ma la media pesata sul mix reale. Con il 60% di partenze — tipico di una struttura urbana con soggiorni brevi — il costo materiali per camera venduta si assesta intorno ai 5,90 euro. Con il 25% di partenze, che è lo scenario di un resort con soggiorni settimanali, lo stesso hotel scende a 4,30. Trenta punti percentuali di mix valgono più di qualunque rinegoziazione con il fornitore.

Biancheria e lavanderia

È la voce singola più consistente dell’housekeeping dopo il lavoro, e quella con più modi diversi di calcolarla, perché dipende dal modello di gestione.

Con la lavanderia esterna a noleggio hai il conto più facile: paghi un prezzo per set o per capo, sai esattamente quanto costa una camera e non hai investimento iniziale né gestione del parco biancheria. In compenso paghi anche il margine del fornitore e hai meno margine di manovra sul costo unitario.

Con la lavanderia esterna a peso paghi al chilo di biancheria consegnata, ma la biancheria è tua. Il che significa aggiungere al conto una voce che quasi nessuno mette: l’ammortamento del parco biancheria. Un set completo ha una vita utile che si misura in numero di lavaggi, tipicamente tra 50 e 80 a seconda della qualità e del trattamento. Un set che costa 45 euro e sopravvive a 60 lavaggi ti costa 75 centesimi a utilizzo, prima ancora del lavaggio. Se questa quota non entra nel calcolo, il costo camera è sottostimato — e ti accorgi dell’errore quando arriva la fattura di reintegro, che è un evento che non hai previsto e che finisce nel mese sbagliato.

Con la lavanderia interna il conto è il più complicato di tutti: macchinari e loro ammortamento, manutenzione, detergenti, acqua, energia, e soprattutto le ore di personale dedicate. È il modello che sembra più economico e che lo è davvero solo sopra una certa scala. Sotto quella soglia, il costo orario nascosto dentro la lavanderia supera il margine del fornitore esterno.

Due cose vanno tenute d’occhio a prescindere dal modello. La prima è il rapporto tra set consegnati e camere lavorate: se consegni sistematicamente più set di quante camere hai fatto, da qualche parte si sta sprecando — ricambi non necessari, capi buttati nel sacco sporco perché era più veloce che ripiegarli, biancheria usata come straccio. La seconda è il tasso di fuori uso: capi macchiati, strappati, ingrigiti. Un tasso fisiologico esiste; un tasso alto è quasi sempre un problema di trattamento, non di qualità del tessuto.

Prodotti, amenities e materiali di consumo

Qui il gioco si fa di centesimi, e proprio per questo va giocato bene: sono voci che moltiplicate per decine di migliaia di camere all’anno diventano cifre a quattro zeri.

La differenza tra consumo teorico e consumo reale è dove si nasconde tutto. Il consumo teorico dice che ogni camera in partenza riceve un set completo di cortesia. Il consumo reale dice che i saponi vengono sostituiti anche quando sono appena stati aperti, che i flaconi vengono reintegrati a occhio, che il carrello viene caricato in eccesso a inizio turno e quello che avanza non torna sempre in magazzino. Non è malafede: è la conseguenza naturale di un reparto che lavora sotto pressione e per cui rifornire abbondantemente è più veloce che contare.

Il modo per misurarla è banale e quasi nessuno lo fa: scarichi il magazzino a inizio mese, lo ricarichi a fine mese, dividi la differenza per le camere lavorate. Quel numero — consumo reale per camera — confrontato con il consumo teorico ti dice in una riga quanto vale lo scarto. Su una struttura da 120 camere, uno scostamento di 40 centesimi a camera vale circa 13.000 euro l’anno.

Sui dispenser fissi vale una nota. Sostituire i flaconcini monodose con dispenser ricaricabili abbatte il costo unitario in modo netto, oltre a ridurre i rifiuti. Ma sposta il costo altrove: manutenzione dei dispenser, tempi di ricarica, e in alcuni segmenti una percezione di minor cura da parte dell’ospite. È una scelta che va fatta guardando il posizionamento, non solo la calcolatrice — e questa è una delle poche voci dove tagliare si vede subito, perché sta letteralmente sotto gli occhi di chi dorme lì.

Il costo dei rifacimenti e dei controlli qualità

L’ultima componente è quella che non compare in nessun fornitore e in nessuna fattura, e che per questo motivo resta invisibile: il lavoro rifatto.

Una camera controllata e non approvata torna indietro. Sono altri dieci-quindici minuti di lavoro, altro prodotto, a volte altra biancheria. Se succede sul 3% delle camere, l’impatto è marginale. Se succede sull’8-10% — cifra tutt’altro che rara nei periodi di picco, quando entra personale nuovo e i tempi si comprimono — significa che una camera su dieci costa il doppio del previsto.

Poi c’è il tempo del controllo in sé. Una governante che ispeziona quaranta camere al giorno impiega tra le tre e le quattro ore, e quelle ore sono costo dell’housekeeping tanto quanto le ore di pulizia. Vanno dentro il conto. Escluderle significa attribuire alla direzione un costo che appartiene alle camere, e ottenere un costo camera artificialmente basso.

Infine il caso limite: la camera che l’ospite rifiuta. Lì il costo non è più solo operativo. C’è l’upgrade concesso per rimediare, c’è il tempo di reception, c’è la recensione che magari arriva comunque. È il punto in cui un errore da quindici minuti si trasforma in una voce di costo che nessun foglio di calcolo aveva previsto — e che, se ricorrente, va assolutamente misurata, perché è il segnale che il problema non sta nel singolo operatore ma nel processo.

Domande frequenti

Qual è il costo medio di gestione di una camera d’hotel?

Non esiste un valore valido per tutti: dipende da categoria, dimensione, stagionalità e modello organizzativo. Quello che si può dire è che nell’esempio da 120 camere al 78% di occupazione il costo per camera disponibile si attesta intorno ai 54 euro e quello per camera occupata intorno ai 70. Un benchmark esterno serve a poco se non è omogeneo per stelle, area e durata media del soggiorno: il confronto più utile resta quello con te stesso, mese su mese e anno su anno.

Qual è la differenza tra CostPAR e CostPOR?

Il CostPAR divide i costi totali per le camere disponibili, cioè camere per giorni di apertura, e misura quanto pesa la struttura a prescindere dalle vendite. Il CostPOR divide gli stessi costi per le camere effettivamente vendute e serve a costruire la tariffa minima. Il primo va confrontato con il RevPAR, il secondo con l’ADR: mescolare i denominatori produce scarti che sembrano allarmanti e sono solo errori di unità di misura.

Come si calcola il costo del personale per singola camera?

Serve il costo orario aziendale — non la retribuzione lorda e tantomeno il netto — diviso per le ore effettivamente lavorate, non per quelle contrattuali. Quel valore si moltiplica poi per il tempo reale assorbito da ogni camera, che si ottiene dividendo le ore complessive del reparto per le camere lavorate nel periodo. Il tempo reale include briefing, spostamenti, rifornimento carrello e controlli: è sempre superiore al tempo di pulizia teorico.

Ogni quanto va rifatto il calcolo dei costi di gestione?

Il consuntivo mensile è la frequenza che rende il dato utile per decidere. L’anno serve per il budget e per i confronti storici, ma una media annua su una struttura stagionale mescola scenari opposti e restituisce un numero su cui non si può agire. Costo orario del personale e costi dei materiali vanno invece rivisti almeno una volta l’anno, perché si muovono.

Serve il commercialista per calcolare i costi di gestione di un hotel?

Per la contabilità generale sì, ed è il punto di partenza da cui prendere i dati. Ma il calcolo del costo per camera è un’operazione gestionale, non fiscale: richiede dati operativi — minuti per camera, interventi, consumi, rifacimenti — che nel bilancio non compaiono e che nascono in reparto. Il commercialista fornisce il numeratore corretto; il denominatore e il dettaglio li costruisci tu.

Da dove conviene partire

Se dovessi tenere una sola cosa di tutto questo, tieni la sequenza. Prima il perimetro: quale periodo, quali costi dentro e quali fuori, e la scelta esplicita su ammortamenti e oneri finanziari. Poi la classificazione: fissi, variabili, semi-variabili, con la parte fissa dei semi-variabili stimata sul mese più scarico. Poi il denominatore giusto per la domanda che ti stai facendo — camere disponibili se la domanda riguarda la stagione, camere vendute se riguarda la tariffa. Solo alla fine la divisione, che è la parte più facile.

E poi la frequenza, che è quella che fa la differenza vera. Un calcolo perfetto fatto una volta l’anno vale meno di un calcolo approssimativo fatto ogni mese, perché il primo racconta il passato e il secondo permette di intervenire mentre le cose accadono. La differenza tra le due situazioni non sta nella competenza contabile: sta nel fatto che i dati operativi — quanti minuti, quanti interventi, quanti rifacimenti, quanti set consegnati — siano registrati mentre accadono o ricostruiti a memoria tre settimane dopo.

Ed è esattamente il punto in cui un sistema che segue le operations quotidiane cambia le carte in tavola. Cora nasce per questo: raccoglie ciò che succede in housekeeping, in manutenzione e in magazzino nel momento in cui succede, e lo restituisce sotto forma di costi per camera, per reparto e per tipologia di intervento. Non ti dice quali decisioni prendere — quelle restano tue, e dipendono dal tuo mercato, dal tuo posizionamento e dalla tua stagione. Ti mette però nella condizione di prenderle su numeri veri, che è già molto più di quanto abbia in mano la maggior parte delle strutture.

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